da "PORTAMI SU QUELLO CHE CANTA. PROCESSO A UNO PSICHIATRA", Einaudi, Torino 1977
"La stampa denuncia Coda all'opinione pubblica, nelle assemblee a Collegno è l'imputato numero uno, i superiori non lo proteggono e i colleghi prendono le distanze. Il sistema che lo ha privilegiato lo sta gelidamente scaricando. Prima ancora che in un' aula di giustizia il processo allo psichiatra si celebra nel clima politico, nell'atmosfera di una città; egli reagisce chiamando in causa maestri e collaboratori, rifiutando il ruolo di capro espiatorio, con improvvisa sgarberia.
In un'intervista a Il Messaggero, il 9 ottobre 1976, Coda ammette -per la prima ed unica volta- che forse ha sbagliato eccedendo nell'uso degli elettromassaggi. Ma rovescia le proprie responsabilità su tutta l'organizzazione manicomiale: strappa il velo delle omertà e mette a nudo con crudezza la violenza delle istituzioni. Sono dichiarazioni lucide, impietose, anche minacciose verso chi sa. Coda getta pesantemente sul piatto della bilancia vent'anni di segreti di vita manicomiale. Ritorna brutalmente alla luce il suo cinismo per la sofferenza. C'è della compiacenza nella descrizione dei supplizi dei ricoverati. La sua delazione sugli orrori del passato è percorsa da un'ira fredda e calcolata e l'identità di un uomo di scienza si sgretola come una maschera di gesso".
Alberto Papuzzi (Bolzano 1942). Giornalista, presso " La Gazzetta del Popolo", "La Stampa", "L'Unità" e docente universitario ha collaborato con la Scuola di scrittura "Holden".