"son uno che si chiede la ragione del mondo e del suo avvelenato fiore"
Composto in India intorno al IV secolo d.C., il Sutra del Cuore è uno dei testi fondamentali del buddismo, studiato e recitato ancora oggi nell'ambito della tradizione sia zen che tibetana.
L'importanza del testo è dovuta al fatto che esso condensa in pochi versi ciò che viene considerato il "cuore" dell'insegnamento buddista: la realizzazione completa della Visione profonda.
Nella totale fusione della mente personale con la Mente illuminata, e dei fenomeni con la Vacuità, si comprende istantaneamente il carattere vuoto ed impermanente di qualsiasi manifestazione o categoria, in cui catalogare il flusso continuo del mondo.
L'insegnamento del Sutra si propone sotto forma di discorso che il mitico bodhisattva Avalokitesvara, simbolo cosmico della compassione, indirizza a Sariputra, discepolo storico di Gautama Buddha.
Questa forma indica in modo diretto uno stato trascendente ottenibile da qualsiasi ricercatore serio durante la vita: i versi puntano sia al cuore che alla mente, in una visione di abbandono totale della conoscenza convenzionale. Realizzando la suprema intuizione della Prajna Paramita la mente, come la luce, procede sia per quanti conoscitivi che per ondate di compassione. Non c'è parola ordinaria per descrivere l'intima unione al di là delle categorie. La serie di negazioni esposte - dei livelli percettivi, degli strati psicologici, delle categorie sensoriali, della catena delle sofferenze e dell'insegnamento stesso - indica uno stato in cui ogni sforzo è stato abbandonato e l'io trascendente coincide con la dimensione umana.
Il mantra finale è una formula verbale a cui si attribuisce il potere magico di aprire la mente all'illuminazione.
Esso esprime l'essenza della sapienza trascendente, in cui prende forma il discorso stesso di Avalokitesvara (il Signore del "sentire" che dirotta la parola verso l'interno).
SUTRA DEL CUORE
o
L'essenza della Visione Profonda
1 Puro sentire,che attinge al cuore di tutte le cose,
Avalokita,2 affiso nell'intuizione perfetta,
3 vede fluttuare disciolte
le cinque mutevoli
soglie dell'io,4 e recide la pena
che tutti accomuna.5 Oh Sariputra,
6 ogni fenomeno affiora
dall'insondabile abisso,7 che cela e trascende gli opposti:
la Vacuità.8 La forma è vuoto,
9 il vuoto è forma,
10 ininterrotte, nella vastità cangiante,
trapassano le sensazioni,
le percezioni, le nostre
interiori reazioni,
e l'ampio dominio chiamato
coscienza dell'ego.11 Oh Sariputra,
12 non ha consistenza
la serie infinita di tutte le cose,13 non esistono nascita
e dissoluzione,14 non c'è purezza né macchia,
15 né crescita, né diminuzione.
16 E dunque, nel vuoto,
17 insostanziale è ogni forma,
ogni interno richiamo
della mente e dei sensi,
ogni moto attivato
dalla volontà
e dalla coscienza evocato.18 Illusorio è lo specchio dei sensi,
gli occhi, la lingua, il naso, le orecchie,
il corpo e la mente,19 non possiede vita a sè stante
l'aspetto o il sapore,
il suono o l'odore,
il tatto o l'oggetto mentale.20 Se dunque è apparente ogni cosa
e senza una propria sostanza,21 non c'è da pensare che esista ignoranza
o di essa possibile fine,22 e vecchiaia è illusione e la morte,
come pure la loro estinzione.23 Ma se pur non c'è causa di pena,
non cessa la pena del mondo,
nè val, per estinguerla, Nobile Via,24 perchè vuoto è ogni conseguimento
25 o completa rinuncia alla quale approdare.
26 Così, l'essere emerso dal buio,
27 compenetrato della Visione Profonda,
28 non ha il cuore e la mente ostruiti,
29 non alberga paura,
30 e sciolto da ogni illusorio richiamo
31 può riconoscersi libero, infine.
32 E chi, nell'immoto fluire del tempo,
si è aperto al puro sentire,33 affidato alla Prajna Paramita,
34 realizza il supremo risveglio.
35 Conosci ora il cuore della Visione Profonda:
36 è il grande mantra incantato,
37 magia splendente
38 e suprema,
39 l'incomparabile mantra,
40 che scioglie ogni pena.
41 Non c'è inganno, ma rivelazione,
42 nel mantra che esprime l'essenza
dell'unico Vero43 con queste parole:
44 Andare, andare oltre,
trascendere
approdare al di là,
nel cuore radiante e perfetto
del puro Risveglio:
adesso!GATE, GATE
PARA GATE
PARA SAM GATE
BODHI, SVAHA ! HANNYA SHINGYO
I
la doppia vista attesta la cecità assoluta di quelle notti
palpebre incollate in modo che tra un momento esatto tutto sarà passato ma questo si ripete ogni momento
e tu li rassicuri gli amici convenuti - tra cui un federico che fa l'orco e appunto ha da fare e tu per non perderlo - avendolo visto con la seconda vista panoramica in cui tu nella scena ti parevi ridicolo -
tu per non perderlo corri al rubinetto di fresca formazione per sciacquare via la colla maligna
e ti svegli familiare al tuo sogno il quale, chiaramente, tornerà e ci riproverai con l'acqua bollente
II
ragni nel letto brulichio di zampette paura di voltarsi e schiacciarne qualcuno che esploderebbe veleni
la signora grassa dai capelli rossi nasconde col corpo la sedia dove appoggia e sospesa nel vuoto è dea della malizia
le spalle al muro, tu non ti negherai a questi e quella
cresce un lungo muro grigio oltre il quale non vista l'acqua gorgoglia e le grida sono di sorpresa forse all'affiorare di pesci giganti
molte lune collegate in astratto disegnano l'onda e si acquietano
III
il peggio che può capitare è volare nel sogno
acquisire competenze specifiche sul volo
quali muscoli alla base della schiena
le correnti di parole a mezz'altezza
gli spifferi dei segreti rivelati
il peggio che può capitare è volare nel sogno e
competenti
non poterlo rifare a occhi aperti
IV
voler correre e mancare di volontà
le case lentamente convergono grigie e marroni come cani con le porte spalancate
qualcuno ti chiama con un nome diverso ma noto, il nome di un altro in cui saresti finalmente te stesso
V
si rappresenta graficamente una tua poesia senza vocali con le parole nn e nnn disposte a formare una freccia
che però è un punto poiché viene verso la base del naso scagliata da medesima altezza
le vocali ignote ne cambierebbero la direzione: verso la mela in testa oppure verso il cuore
VI
sveglio di soprassalto scopri, dalle frange del sogno, di aver inventato i ricordi per cui tuo padre lo odi
ti sorride senza incisivi e per sempre
è la fine del ciclo, non la fine dell'odio
VII
sarai un ragazzo molto saggio, come da bambino, e lei lo scambierà per avventatezza e compilerà un testamento con cui ti escluderà da ogni suo bene pur continuando a considerarti suo bene, quello fuggevole più della vita stessa, che anzi gliela fa presumere abbreviata come un rito che sprofondi sotto il peso della propria intima struttura
c'è una vecchia credenza
c'è un cassetto pieno di viti e chiodi
c'è la tua mano immersa in moto rotatorio
da VENTO LARGO, Einaudi, Torino 1991.
"Tornato il bel tempo, rimase nel cielo una frangia di freddo, che toccava la macchia scura delle terrazze, e in cui lucevano i rami secchi. Tirava vento dal mare. Sui tronchi scorticati vicino a terra compariva il legno nudo, l'anello del gelo. Anche se sotterra la radice era sana, la linfa non poteva più salire. Non una vigorosa Gauloise, nè una Waldorf dalle foglie argentate s'era salvata.
Divideva le terrazze in senso verticale un ' erta di rosmarini, un terreno appeso dove si faticava a restare in piedi. I rosmarini non avevano sofferto. E nemmeno gli ulivi, del resto. Da quell'erta egli vide sulla soglia del bosco, sopra il ritano, una Mirandole che abbagliava. Era d' un oro pendulo nell'aria e versava una luce tremula. La raggiunse dolcemente incantato. da vicino era più delicata; la luce, meno diffusa. Si vedeva il verde della foglia che da lontano l'oro assorbiva. La barriera delle querce e dei lecci l'aveva salvata. -Potrei ripiantare sotto gli ulivi -pensava, - sono piante di sottobosco, in fondo-. Ma non aveva voglia di ricominciare, di accudire per anni gli arboscelli, di rincalzarli con i primi geli.Francesco Biamonti (San Biagio della Cima -Imperia 1930 - 2001). Nato in un paesino nell'entroterra di Bordighera arrivò alla narrativa all'età di cinquant'anni incoraggiato e sostenuto da Italo Calvino. Prima di allora aveva fatto il bibliotecario a Ventimiglia e un po' di lavoro politico nel Partito Socialista Italiano. Libertario, nottivago, finto "coltivatore di mimose" (le piante -di cui lui sapeva ogni segreto- le mandava avanti il fratello Giancarlo), ottimo conoscitore della letteratura- specie di Rilke, Camus e Baudelaire- non si staccò mai da San Biagio dove è morto, appartato. Nel bar del paese raccontano del suo tirar tardi, della scontrosità e dell' improvvisa parlantina (la voce era bassa, da fumatore devoto). Gli ultimi tempi li ha trascorsi maledicendo le sigarette, il cancro ai polmoni, le insopportabili fitte alla schiena, aggrappato a un bastone. "Porti il bastone come Mario Soldati" gli diceva scherzando Nico Orengo. "Sì" rispondeva Biamonti, con il suo sguardo azzurro, la tosse e il volto scavato aggiungendo: "ma lui non ne aveva bisogno".
" Il male è che nella vita dei pitòcchi, pensava la sera la Moretta, mentre si spogliava, nella vita della povera gente le cose non si possono fare ragionando. Una cosa la va bene, mi conviene e la faccio, un'altra cosa non ci ho convenienza e perciò non la faccio: così dovrebbe essere, questa sarebbe la libertà. Invece, sempre a testa sbassata, vivere per necessità di vivere, come intendeva la mamma Teresina, e non vivere per godere di vivere; non dico mica una vita da sciùri, quella non fa per la povera gente, che noi pitòcchi non siam buoni di viverla, dato che siam nati con la cannetta della schiena rotta, tanto che a causa di questo per i poveri è più difficile star dritti che star piegati. Il guaio è che i ricchi se ne profittano e ti montano a cavallo.
Ma al Luìs non disse niente dei suoi pensieri, perchè era tardi e l'indomani bisognava alzarsi al buio, chè dal paese a Busto, le zoccole in mano per non consumarle, ci voleva tanto camminare. Si infilò la camicia e si rannicchiò vicino al marito, che ronfava di già"
da Laura Pariani, DI CORNO E D' ORO, Sellerio editore, Palermo 1993.
Laura Pariani (1951) vive a Turbigo (Milano) e insegna nelle scuole superiori.