da "LA VITA AGRA", Rizzoli Editore, Milano 1962
"E mi licenziarono, soltanto per via di questo fatto che strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile".
Luciano Bianciardi (Grosseto 1922- Milano 1971). Toscano e provinciale fino al midollo ma aperto alle sollecitazioni della cultura internazionale, grande traduttore di Henry Miller, ebbe una vita sconquassata: una moglie, una compagna, un figlio e una figlia con la prima, un terzo figlio con la seconda. Questo nell' Italia presuntuosa e bigotta degli anni sessanta. Amò forsennatamente la propria città, "il posto più bello del mondo", ma fu a Milano e grazie a Milano che diventò famoso come romanziere. Non fece esplodere i torracchioni del neo-capitalismo per vendicare i minatori morti a Ribolla, in Maremma, il 4 maggio 1954. Saltò in aria, invece, lui: pieno di sonniferi, sigarette e soprattutto alcol. Aveva rifiutato un posto al
Corriere della Sera per poter essere libero e infelice, arrotondando con interventi sul "Guerìn Sportivo", su "ABC", su "Le Ore". A Rapallo, dove per un certo periodo abitò, lo ricordano per la gentilezza, per la stazza, per la bicicletta verde sulla quale dalla frazione di Sant'Anna raggiungeva in pochi minuti il centro della cittadina rivierasca e per il whisky e le grappe che, imperterrito,inghiottiva in un fiato nei bar.
Al suo funerale, oltre all'autista ed al becchino pronto a chiudere il portellone del carro funebre ,c' erano -racconta Pino Corrias- Maria, la sua compagna, piangente in un angolo, e quattro persone venute a salutarlo, serrate nei loro cappotti: Vacchelli, porno-editore di allora, Sergio Pautasso e due di cui nessuno sa o ricorda.