Aurelio Valesi

"son uno che si chiede la ragione del mondo e del suo avvelenato fiore"

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venerdì, 30 novembre 2007

da "IL MESTIERE DI SCRIVERE. CESARE PAVESE TRENT'ANNI DOPO", a cura del Centro Studi Cesare Pavese, Litografia Fabiano, Santo Stefano Belbo (Cn) 1982

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" C'è stata per me, con Pavese, una connivenza di malinconie, in un momento della mia vita particolarmente buio e difficile. Scrittore quant'altri mai, nella letteratura novecentesca, di una generazione, più o meno la mia, Pavese ha rappresentato per me, come del resto per moltissimi altri giovani di trent'anni fa, un nodo irresistibilmente fascinoso di implicazioni esistenziali e letterarie. Si aggiunga che, per me in particolare, la grande simbologia pavesiana della campagna-infanzia offriva irresistibili motivi di immedesimazione avendo anch'io, su queste medesime colline, sotto la tutela fantastica e generosa della madrina , Pavese Palmina, parente alla lontana dello scrittore, pascolato la capra lungo le rive , partecipato alle vendemmie e alle sfogliature, cacciato la biscia lungo il Belbo, in Prato Grimaldi, dove da San Grato andavo a trovare nonno Gioachino".


(Elio Gioanola)

postato da: irazoqui alle ore 15:02 | link | commenti (19)
categorie: elio gioanola
giovedì, 29 novembre 2007

da "LUSTRI E DECENNI", ibidem

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RICORDO 43' - '45


Maria Virginia Grisone
che insegnavi alle scuole di Ponzone,
molta vita è passata nella vita
e tanta in noi, ma non la tua stagione.

Aurelio Valesi 1975

postato da: irazoqui alle ore 11:31 | link | commenti (2)
categorie: lustri e decenni
mercoledì, 28 novembre 2007

Esplanade

Noi si fingeva il mare
sfilati ch’eravamo di mani al parapetto
la ruggine sui calli, su zampe pellicane;
la nafta immobile
sull’acqua verde, e dura
noi si fingeva il mare,
i suoi bricioli di vento odorosi
il sale ai piedi

e le straniere, con la manina in capo
a premersi i cappelli di paglia
e poi foulard,
noi si fingeva il mare
bagnanti occasionali d’elastico alla vita,
col bianco delle gambe spergiuro
qualche vena, uscita per il tempo dei vecchi
molto prima;
noi si fingeva il mare

ma in fondo agli occhi paesani
erano monti,
filari di un buon vino futuro
qualche cielo, spruzzato di canzoni da bar
e un si sincero
dell’Ottolina, già madre alla sua età,
una che agli uomini
diceva mai di no

(Esplanade, Il MelogranoBlog, 2007)

postato da: dirtyinbirdland alle ore 20:19 | link | commenti (9)
categorie: --prossimità, esplanade
martedì, 27 novembre 2007

ANNA MARIA CAREDIO

da "UNA STORIA INGIUSTA", SAVELLI, il pane e le rose, Roma 1978

Don andrea gallo_g
"Mario è napoletano, ha quarant'anni, era uno sciuscià al  tempo della liberazione, è uscito da poco dal carcere.  E' lui che prepara i pasti, ma certe volte la sera è troppo ubriaco e allora cucina Gianni che è anche lui un ex carcerato ed è anche lui malato di etilismo in forma avanzata. Qualche volta sono ubriachi tutti e due e allora cucina Andrea. Il punto dove sorge questa casa si chiama S. Benedetto al Porto, accanto c'è una chiesa del 1100, dall'altra parte il Palazzo dei Principi Doria. Andrea ha quarantotto anni e il carattere chiuso e ruvido dei liguri. Quando l'ho conosciuto era un disperato e questo lo rendeva umano. E' sempre stato dall'altra parte, da quella scomoda. Una volta gli avevo chiesto perchè lo faceva, se era per un ideale sociale o religioso e lui mi rispose che erano due termini che non gli piacevano ed era così perchè un uomo deve essere così, ma non si era prefisso nulla, mai pensato ai risultati. Ha dentro un sacco di contraddizioni ed è uno che a vivere tranquillo si annoierebbe troppo.

In questa casa può succedere qualsiasi cosa".


Anna Maria Caredio (Bagni di Lucca 1927). E' stata la curatrice di quel pezzo da museo che ora è (quella che fu) la Collana IL PANE E LE ROSE per Savelli. L' Andrea di cui parla sopra è don Andrea Gallo, prete da marciapiede.

postato da: irazoqui alle ore 21:02 | link | commenti (13)
categorie: arcipelaghi, anna maria caredio
domenica, 25 novembre 2007

Ulrike Meinhof

Ulrike_Meinhof








Ulrike era persuasa che le suore fossero un modello da seguire. Una volta, seduta con un'amica sul davanzale del pianerottolo, avevano fantasticato anche loro di andare in convento o almeno di vivere secondo le regole monastiche. Molti anni dopo in un curriculum vitae Ulrike Meinhof accennò ai modi affettuosi dellel suore e i principi del loro metodo didattico rimasero per lei esemplari: senza paure, punizioni insensate o parole scontrose

(Disoccupate le strade dai sogni, La vita di Ulrike Meinhof, Alois Prinz, Arcana, 2007)

postato da: dirtyinbirdland alle ore 07:40 | link | commenti (8)
categorie: ulrike meinhof
sabato, 24 novembre 2007

Inviolabili

femministe-1

























Inviolabili

Da Il Manifesto:
Oggi a Roma migliaia di donne sfileranno per la città contro la violenza maschile che «parte in famiglia ed è senza confini». Una manifestazione autoconvocata da 400 associazioni femministe e lesbiche, e da tante donne di centri sociali, partiti, sindacati. Criticano il governo e dicono no all'adesione dei politici che hanno partecipato al Family Day. Prodi: «Serve una legge, ma anche più consapevolezza da parte degli uomini»
 movente della libertà

IDA DOMINIJANNI:  C'è da sempre un modo e uno solo per salvare il corpo femminile dalla violenza maschile che lo riduce a cosa e lo assale di preferenza nel chiuso delle case, nell'intimità dell'amore e nell'ipocrisia della famiglia: uscire nell'aperto della strada e trasformarsi in corpo politico. Fu il gesto rivoluzionario del femminismo, ed è ancora l'unica barriera simbolica efficace, più efficace di qualunque legge e di qualunque proclama sulla sicurezza. Quel gesto si ripete oggi nelle strade di Roma, promosso da una generazione di giovani donne che la libertà guadagnata dalle generazioni precedenti non ha reso immune da stupri, botte, maltrattamenti...

postato da: MoleStine alle ore 08:08 | link | commenti (12)
categorie:
venerdì, 23 novembre 2007

GIOVANNI PAPINI

da "LA SCALA DI GIACOBBE", Vallecchi, Firenze 1932



" Tutti ricordano i discorsi ardenti d' Ivan Karamazov ch'esprimono la sua profonda repugnanza morale per un paradiso futuro spremuto dalle lagrime di tanti inferni. Ivan Karamazov è un ateo, un amico del Diavolo, eppure non può rassegnarsi ad ammettere che lo strazio di milioni d'innocenti, di fanciulli, di vittime, rimanga senza alcuna remunerazione ma serva unicamente a preparare una età di pace e di riconciliazione. I sacrificati, i piagati, gli uccisi non avranno ottenuto nè potranno ottenere, secondo questa apocalisse laica e diabolica, nessuna indennità -neppure il conforto, spesso, d'intravedere l' Arcadia che uscirà, tra millenni, dall' Averno che attraversarono".



Giovanni Papini (Firenze 1881-1956). Un po' filosofo autodidatta e dominatore (un antipositivista che usava l'irrazionalismo per com-prendere il mondo), un po' corrosivo e linguacciuto stroncatore delle idee altrui, intellettuale stregonesco e delirante superomista, maschio e maschilista complessato, astioso, pallido e estroversamente inibito approderà ad un cattolicesimo superficiale, calligrafico, fosco, vanaglorioso e predicatorio. Orientalista fatuo e occidentalista retorico troverà, negli ultimissimi tempi, sul suo letto di malato terminale gravissimo parole autentiche e povere per dire una segreta, profonda pietà per sè e per il mondo .

postato da: irazoqui alle ore 22:40 | link | commenti (5)
categorie: giovanni papini
giovedì, 22 novembre 2007

STEFANIA DEODATO

da "SFOGLIALIBRO" num 6, Editrice Bibliografica, Milano, luglio 2007



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"Il piccolo Zaccaria, occhi vivaci e sorriso pronto, tiene la mano alzata per parlare, chiedere, esprimersi; il matto Gianluca, con la sua parola abburattata e sdrucciola, espone le sue opinioni per nulla sdrucciolevoli...Come e dove può succedere che un bambino e un malato psichico stiano accanto serenamente e condividano una discussione? E' possibile che ciò accada? E' possibile, certo, con una grande determinazione e con un po' di fatica, a Bolzaneto, porta aperta sulla grande e confusa Genova. I soggetti di questa avventura di condivisione, confronto e libertà, sono la Circoscrizione, la Scuola elementare Dante Alighieri e il Centro residenziale diurno di Murta, che il 3 marzo 2007 ha ospitato un dibattito aperto con lo scrittore Francesco D'Adamo.



Due parole sul Centro di Murta sono forse opportune. Aperto nel maggio 1999, è una struttura ASL (residenza e centro diurno) per pazientipsicotici gravi ad alta intensità riabilitativa. Al di là del fatto tecnico (riabilitare=restituire abilità perdute o mai avute ai pazienti psichici attraverso la pratica quotidiana della tecnica delle emozioni espresse e degli atti parlanti) è forse più importante raccontare il retropensiero che ha reso Murta peculiare. Una comunità deve essere palestra di emozioni e vita vissuta, da dove i pazienti, restituiti alla dignità dell'essere soggetti della propria vita, escono nel mondo. Il nostro cancello è sempre aperto per fare uscire Mario, Sabrina, Marina,Stefano, ma anche per far entrare i bambini, i genitori, i vicini di casa, i volontari di Legambiente. Bolzaneto, il quartiere confinante con Murta, è così diventato per i nostri ospiti la prima fetta di mondo per loro aperta e disponibile.



Ci siamo riusciti attraverso incontri (ma- si badi - anche scontri) con la popolazione, con i negozianti, insomma con la gente: feste, partecipazione a manifestazioni importanti sulla pace e su tematiche libertarie assieme alle scuole, al Comitato per la pace, a varie associazioni di cittadini. Abbiamo fatto spettacoli di danza, stand di bricolage, abbiamo marciato per i nostri diritti di persone e per manifestare la nostra esistenza nel mondo..."







Stefania Deodato (Genova 1962). Vive e lavora a Genova come psichiatra.

postato da: irazoqui alle ore 20:57 | link | commenti (14)
categorie: stefania deodato

Nessun popolo e’ illegale



Il triangolo nero
Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne


La storia recente di questo paese e’ un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre piu’ ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.
Una donna e’ stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida e’ sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena e’ la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena e’ stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignita’? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che e’ italiana, e che l’assassino non e’ un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanita’. Delle loro condizioni, nulla e’ piu’ dato sapere.
Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla piu’ forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalita’ (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli piu’ bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima e’ una donna; piu’ di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro e’ sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide piu’ della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non e’ un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilita’ sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parita’ femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia e’ 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania e’ al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che e’ piu’ facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che e’ piu’ facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che e’ piu’ facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno e’ vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, meta’ delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che e’ sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarita’. Non si chiedono cosa avverra’ domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che e’ dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre gia’ echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di liberta’, dignita’ e civilta’; che rende indistinguibili responsabilita’ individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non e’ una forma di “concorso morale”.
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo e’ illegale.

Adesioni aggiornate alle 16.00 di mercoledi’ 14 novembre 2007: 4799

Proposto da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.

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Uomini e donne

SEBBEN CHE SIAMO DONNE

Sebben che siamo donne
paura non abbiamo
per amor dei nostri figli
per amor dei nostri figli
sebben che siamo donne
paura non abbiamo
per amor dei nostri figli
in lega ci mettiamo

A oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori, e noialtri lavoratori
a oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori vogliam la libertà


E la libertà non viene
perché non c’è l’unione
crumiri col padrone
crumiri col padrone
e la libertà non viene
perché non c’è l’unione
crumiri col padrone
son tutti da ammazzar

A oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori, e noialtri lavoratori
a oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori vogliam la libertà


Sebben che siamo donne
Paura non abbiamo
abbiam delle belle buone lingue
abbiam delle belle buone lingue
sebben che siamo donne
paura non abbiamo
abbiam delle belle buone lingue
e ben ci difendiamo

A oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori, e noialtri lavoratori
a oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori vogliam la libertà


E voialtri signoroni
che ci avete tanto orgoglio
abbassate la superbia
abbassate la superbia
e voialtri signoroni
che ci avete tanto orgoglio
abbassate la superbia
e aprite il portafoglio

A oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori, e noialtri lavoratori
a oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori
I vuruma vess pagà
A oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori, e noialtri lavoratori
a oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori vogliam la libertà

 **

O cara moglie

O cara moglie, stasera ti prego,/ dì a mio figlio che vada a dormire,/ perché le cose che io ho da dire/ non sono cose che deve sentir.
Proprio stamane là sul lavoro, con il sorriso del caposezione,/ mi è arrivata la liquidazion,/ m'han licenziato senza pietà.
E la ragione è perché ho scioperato/ per la difesa dei nostri diritti,/ per la difesa del mio sindacato,/ del mio lavoro, della libertà.
Quando la lotta è di tutti per tutti/ il tuo padrone, vedrai, cederà;/ se invece vince è perché i crumiri/ gli dan la forza che lui non ha.
Questo si è visto davanti ai cancelli:/ noi si chiamava i compagni alla lotta,/ ecco: il padrone fa un cenno, una mossa,/ e un dopo l'altro cominciano a entrar.
O cara moglie, dovevi vederli/ venir avanti curvati e piegati;/ e noi gridare: crumiri, venduti!/ e loro dritti senza piegar.
Quei poveretti facevano pena/ ma dietro loro, la sul portone,/ rideva allegro il porco padrone:/ l'ho maledetto senza pietà.
O cara moglie, prima ho sbagliato,/ dì a mio figlio che venga a sentire,/ ché ha da capire che cosa vuol dire/ lottare per la libertà   
ché ha da capire che cosa vuol dire/ lottare per la libertà

(Ivan Della Mea)


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