Aurelio Valesi

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mercoledì, 31 ottobre 2007

COMPAGNI A VENIRE, da "CANZONI DI RABBIA", EMI 1975



Potrò mai perdonare

a te che giri in casa

con la vestaglia unta

di macchie di dolore

di avermi allattato

al fiume del tuo male

stampandomi nel viso

l'angoscia e il suo colore.

Potrò mai perdonare

a te che giri in casa

fiero nei tuoi ricordi

di libertà passata

di avere contrastato

la mia spina dorsale

per paura che io

non ti venissi uguale.

Potrò mai perdonare

al vostro amore stanco

il piacere segreto

di una notte lontana

che mi ha sbattuto

in un mondo extravaginale

senza nemmeno chiedersi

se preferissi nascere

o la morte gloriosa

di un aborto illegale.

Potrò mai perdonare

a te ragazzo magro

tutti i pugni sul muso

che mi hai dato per noia

o per aiutarmi a crescere

o per raddrizzarmi il naso

o per vedermi piangere

proprio nel mio cortile.

Potrò mai perdonarti

amico per sei anni

di avermi ascoltato

con un orecchio solo

il tuo tradimento nero

fine del nostro mondo

con cui sei diventato

un bel fascista biondo.

Potrò mai perdonarvi

amici tutti quanti

l'amore e l'amicizia

che non mi avete dato

e questo mio sangue fragile

il mio povero disastro

la colpa ed il dolore

di non essere mai stato

per nessuno di voi

nemmeno un fratellastro.

Potrò mai perdonare

a te ragazza piccola

il bacio che hai preferito

gettare dal balcone

quel bacio che non mi hai

voluto regalare

nemmeno il giorno prima

della rivoluzione.

Potrò mai perdonare

a te ragazza grande

di avermi adoperato

per le tue gelosie

a te alla tua città

quel tramonto di vento

in cui sono partito

felice di bugie.

Potrò mai perdonare

a voi mie poche donne

di avermi sempre usato

solo per stare bene

come un unguento dolce

che asciuga una ferita

aperta di paura

come un liquore amaro

che è però digestivo

e digerisce la vita.

Potrò mai perdonare

al Dio che non esiste

di avere rovinato

la mia adolescenza

seduto su una pila

immensa di riviste

di done nude prova

della sua inesistenza.

Potrò mai perdonare

alla gente per bene

di avere amareggiato

le mie bandiere rosse

e di avere deriso

sui muri della mia gioia

l'immagine di Lenin

che parla alla sua gente.

Potrò mai perdonare

a me stesso la mia rabbia

immensa e tempestosa

crudele come un mare

che travolga le navi

e affoghi i pescatori

che trovino il coraggio

di volerlo tentare

un mare che le loro donne

non sapran perdonare.

Potrò mai ringraziarti

compagno sconosciuto

per il vino che hai offerto

senza chiedermi il nome

senza informarti troppo

di dove ero venuto

di quanto sangue usciva

dalla mia situazione.

Potrò mai ringraziare

a te compagno negro

per il "who love you?"

che mi hai voluto regalare

come una sicurezza

che la nostra differenza

era un motivo in più

per doverci parlare.

Potrò mai ringraziarvi

compagni sconosciuti

disponibili sempre

ad offrire amore e vino

sperduti in questo mondo

non a grandezza d'uomo

e nemmeno di donna

e neanche di bambino

provincia di una vita

che dovrà pur finire.

Potrò mai ringraziarvi

compagni a venire.



Claudio Lolli

postato da: irazoqui alle ore 18:11 | link | commenti (5)
categorie: lolli
martedì, 30 ottobre 2007

GEORGES BATAILLE

da "POESIE EROTICHE", Edizioni Nautilus, Torino 1990







IL SAGRATO







Cuffia da notte



vaso da notte



una calza rossa una dentiera







            mitra d'oro



            un cielo ghiacciato



            mangia il polmone del gatto appollaiato







Georges Bataille (Billom, Clemont-Ferrant 1987- Parigi 1962). Filosofo e sociologo del desiderio ma, ancora di più, dello "spreco" inteso, questo, come possibilità estrema dell'uomo di "darsi " gratuitamente recuperando, così, il senso più profondo della "comunità" contro l'individualismo mercantile che ha ridotto il soggetto a "guadagno", "profitto", "sfruttamento"  distruggendolo ha scritto e vissuto ossessionato dalle idee di "sacro", di "peccato", di "libertà", di "erotismo".

postato da: irazoqui alle ore 18:27 | link | commenti (9)
categorie: georges bataille, --arcipelaghi
lunedì, 29 ottobre 2007

Cormac McCarthy

maccarthy_lastrada_speciale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'inizio della Strada

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti piú buie del buio e giorni uno piú grigio di quello appena passato. Come l'inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n'era. Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito. Profonde gole di pietra dove l'acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta. Poi si ritrovavano in una grande sala di pietra dove si apriva un lago nero e antico. E sulla sponda opposta una creatura che alzava le fauci grondanti da quel pozzo carsico e fissava la luce della torcia con occhi bianchissimi e ciechi come le uova dei ragni. Dondolava la testa appena sopra il pelo dell'acqua come per annusare ciò che non riusciva a vedere. Rannicchiata lí, pallida, nuda e traslucida, con le ossa opalescenti che proiettavano la loro ombra sulle rocce dietro di lei. Le sue viscere, il suo cuore vivo. Il cervello che pulsava in una campana di vetro opaco. Dondolava la testa da una parte all'altra, emetteva un mugolio profondo, si voltava e si allontanava fluida e silenziosa nell'oscurità.


Con la prima luce grigiastra l'uomo si alzò, lasciò il bambino addormentato e uscí sulla strada, si accovacciò e studiò il territorio a sud. Arido, muto, senza dio. Gli pareva che fosse ottobre ma non ne era sicuro. Erano anni che non possedeva un calendario. Si stavano spostando verso sud. Lí non sarebbero sopravvissuti a un altro inverno.


Quando ci fu luce a sufficienza per usare il binocolo ispezionò la valle sottostante. Tutto sfumava nell'oscurità. La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l'asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I tratti di strada laggiú fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento. Un filo di fumo. Abbassò il binocolo e si tirò giú la mascherina di cotone dal viso, si asciugò il naso con il polso e riprese a scrutare la zona circostante. Poi rimase seduto lí con il binocolo in mano a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.


Quando tornò dal bambino lo trovò che dormiva ancora. Gli tolse di dosso il telo azzurro, lo ripiegò e lo portò fino al carrello del supermercato, ce lo infilò e tornò con i piatti, qualche focaccina di mais dentro una busta e una bottiglietta di plastica piena di sciroppo. Stese a terra il piccolo telo impermeabile che usavano come tavolo e apparecchiò, si sfilò la pistola dalla cintura, la posò sul telo e restò a guardare il bambino che dormiva. Nel sonno si era tolto la mascherina, che era sepolta da qualche parte in mezzo alle coperte. Posò lo sguardo sul bambino e poi lo lasciò vagare fra gli alberi verso la strada. Quello non era un posto sicuro. Adesso che era giorno dalla strada li si poteva vedere. Il bambino si rigirò nelle coperte. Poi aprí gli occhi. Ciao papà, disse.
Sono qui.
Lo so.


Un'ora dopo erano sulla strada. Lui spingeva il carrello e avevano entrambi uno zaino in spalla. Negli zaini c'erano le cose essenziali. Casomai avessero dovuto abbandonare il carrello e fuggire. Alla maniglia del carrello era attaccato un retrovisore da motocicletta cromato che l'uomo usava per tenere d'occhio la strada dietro di loro. Si risistemò lo zaino sulle spalle e scrutò la terra devastata in lontananza. La strada era deserta. Sotto di loro, nella piccola valle, la serpentina grigia e quieta di un fiume. Precisa e immobile. Lungo la riva un ammasso di canne morte. Tutto bene?, chiese l'uomo. Il bambino annuí. Poi si incamminarono sull'asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l'uno il mondo intero dell'altro.


Attraversarono il fiume su un vecchio ponte di cemento e dopo qualche chilometro arrivarono a una stazione di servizio. Si fermarono a osservarla dalla strada. Penso che dovremmo andare a vedere, disse l'uomo. Giusto un'occhiata. Si aprirono un varco fra le erbacce che si sbriciolavano al loro passaggio. Attraversarono il piazzale di asfalto crepato e trovarono il serbatoio dei distributori. Il coperchio non c'era piú e l'uomo si buttò a terra puntellandosi sui gomiti per annusare il condotto, ma l'odore di benzina era solo un accenno, vago e stantio. Si rialzò e studiò il fabbricato. Le pompe erano ancora in piedi, con i tubi di gomma stranamente al loro posto. Le vetrate intatte. La porta che dava sull'officina era aperta e lui entrò. Appoggiato a una parete c'era un armadietto di metallo per gli attrezzi. Rovistò nei cassetti ma non ci trovò niente di utile. Alcune bussole da mezzo pollice in buone condizioni. Un cricchetto. Rimase nel garage a guardarsi intorno. Un fusto di metallo pieno di spazzatura. Passò nell'ufficio. Polvere e cenere ovunque. Il bambino era in piedi sulla soglia. Una scrivania metallica, un registratore di cassa. Vecchi manuali automobilistici, zuppi e gonfi d'acqua. Il linoleum era macchiato e ondulato per via delle infiltrazioni dal tetto. L'uomo andò alla scrivania ed esitò. Poi alzò la cornetta del telefono e fece il numero di casa di suo padre di tanto tempo prima. Il bambino lo osservava. Cosa stai facendo?, disse.


Cinquecento metri piú avanti l'uomo si fermò in mezzo alla strada e si voltò a guardare. Che stupidi, disse. Dobbiamo tornare indietro. Spinse il carrello oltre il bordo della strada e lo coricò su un fianco in un punto dove non si vedeva, posarono gli zaini e tornarono alla stazione di servizio. Nell'officina prese il fusto di metallo, lo inclinò e tirò fuori tutti i flaconi d'olio da un litro. Poi si sedettero sul pavimento a svuotarli dei sedimenti uno per uno, e li lasciarono sgocciolare a testa in giú dentro una bacinella finché si ritrovarono con poco meno di mezzo litro d'olio per motori. L'uomo avvitò il tappo di plastica, asciugò la bottiglia con uno straccio e la soppesò con una mano. Olio da usare per quella maledetta lampada, che rischiarasse i lunghi crepuscoli lividi, le lunghe albe grigie. Cosí puoi leggermi una storia, disse il bambino. Non è vero, papà? Certo, disse lui. Certo che te la leggo.


Sul versante opposto della valle la strada attraversava un terreno incendiato nero e spoglio. Tronchi carbonizzati e senza rami che si susseguivano a perdita d'occhio. Cenere che aleggiava sopra la strada e grappoli di cavi ciechi che penzolavano dai pali della luce anneriti gemendo piano nel vento. Una casa bruciata in una radura e piú in là una distesa di praterie livide e desolate e una montagnola fangosa di terra rossa grezza con dei lavori stradali lasciati a metà. Piú avanti, cartelloni pubblicitari di motel. Tutto come una volta, solo sbiadito e sciupato dalle intemperie. In cima alla collina si fermarono nel freddo e nel vento a riprendere fiato. L'uomo guardò il bambino. Sto bene, disse lui. L'uomo gli mise una mano sulla spalla e fece un cenno verso la campagna che si stendeva ai loro piedi. Pescò il binocolo nel carrello e dalla strada osservò la pianura là sotto, dove i contorni di una città emergevano nel grigiore come i tratti di un disegno a carboncino su un paesaggio desolato. Niente da vedere. Niente fumo. Posso guardare?, disse il bambino. Sí. Certo che puoi. Il bambino si appoggiò al carrello e regolò il binocolo. Che cosa vedi?, disse l'uomo. Niente. Il bambino abbassò il binocolo. Sta piovendo. Sí, disse l'uomo. Lo so.


Lasciarono il carrello in un fosso, coperto dal telo di plastica, e risalirono il pendio fra i tronchi scuri degli alberi fino a un punto dove lui aveva scorto un lungo cornicione di roccia. Si sedettero al riparo della sporgenza e guardarono gli scrosci di pioggia grigia abbattersi sulla valle. Faceva molto freddo. Sedevano stretti l'uno all'altro, entrambi avvolti in una coperta sopra il giaccone, e dopo un po' la pioggia cessò e rimase soltanto lo sgocciolio nei boschi.


Quando l'acquazzone fu passato scesero al carrello, tolsero il telo di plastica e recuperarono le coperte e l'occorrente per la notte. Salirono di nuovo sulla collina e si accamparono sulla terra asciutta sotto le rocce; l'uomo si sedette e abbracciò il bambino nel tentativo di scaldarlo. Avvolti nelle coperte aspettarono che quell'oscurità senza nome li coprisse col suo manto. Al calar della notte la sagoma grigia della città svaní come un fantasma e lui accese la piccola lampada e la sistemò al riparo dal vento. Poi si rimisero in marcia e tenendosi per mano raggiunsero la sommità della collina, il punto piú alto della strada da dove potevano spaziare sul territorio a sud che imbruniva, in piedi nel vento, avvolti nelle coperte, in cerca di qualche traccia di falò o di luci. Non c'era niente. La loro lampada fra le rocce sul fianco della collina era poco piú di una pagliuzza di luce, e dopo un po' tornarono indietro. Era tutto troppo umido per accendere un fuoco. Consumarono il loro misero pasto senza scaldarlo e si stesero ciascuno nel proprio giaciglio con la lampada nel mezzo. L'uomo si era portato dietro il libro del bambino, ma il bambino era troppo stanco per ascoltarlo leggere. Possiamo lasciare la lampada accesa finché non mi addormento?, disse. Sí. Certo che possiamo.


Prima di prendere sonno rimase sveglio a lungo. Dopo un po' si girò a guardare l'uomo. Il suo volto rigato di nero dalla pioggia alla debole luce della lampada, come certi teatranti del vecchio mondo. Ti posso chiedere una cosa?, disse.
Sí. Certo.
Noi moriremo?
Prima o poi sí. Ma non adesso.
E stiamo sempre andando a sud.
Sí.
Per stare piú caldi.
Sí.
Ok.
Ok cosa?
Niente. Cosí.
Adesso dormi.
Ok.



postato da: dirtyinbirdland alle ore 17:02 | link | commenti (2)
categorie: cormac mccarthy, --dimore
venerdì, 26 ottobre 2007

MAURO FERRARI

da " NEL CRESCERE DEL TEMPO", Edizioni  i quaderni del circolo degli artisti, Faenza 2003



 LA SCELTA     

                                  A Claudio Damiani



Che tutto vada in nulla in ogni istante

e nulla resti, nè un gesto o quel sorriso,



o nulla mai davvero si consumi

e si rintani infine in qualche piega

del visibile morendo eternamente:



che scelta, Claudio, a dover sceglierre...

O invece è proprio questo il succo agro

eroico e tutti, le chiome profumate

e tutti insieme andiamo là dove si deve,



un coro d'ombre affratellate,

un alito che canta fino allo stremo.



Mauro Ferrari (Novi Ligure 1959) , piemontese di confine , fa l'editore ed il critico letterario.

postato da: irazoqui alle ore 15:38 | link | commenti (7)
categorie: --prossimità
mercoledì, 24 ottobre 2007

NERINA GAROFALO 3

da "LE PAROLE CIRCONCISE", Ed www.lulu.com







LA POETESSA DICEVA







La poetessa diceva



triplo doppio senso



ho un forno in testa







Ed era estate



Ed era triste



E le sfornava







Come torte



Ed era il buco in mezzo







Nerina Garofalo

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categorie: nerina garofalo, nerina garofalo 3
martedì, 23 ottobre 2007

Prospettive

gdp-capi-09

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categorie: -- provocazioni
lunedì, 22 ottobre 2007

Democrazia e rete


postato da: dirtyinbirdland alle ore 05:31 | link | commenti (1)
categorie:
domenica, 21 ottobre 2007

da "LUSTRI E DECENNI", ibidem



L'universo è un mistero di dolore,

e coloro che voglion far chiarezza

approfondiscono il proprio stupore.



                                                            2000



Aurelio Valesi

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categorie: lustri e decenni
venerdì, 19 ottobre 2007

ENZO MAOLUCCI

da "Generazione Mia (1976-1986)", Edizioni Augusta ,Torino 1991



BARBARI E BAR



La gente che conosco io si ammazza poco a poco nei bar.

Ho visto e sono certo che la nostra civiltà sta nei bar.

Civiltà di mostri, invasori della fine, Barbari e Bar.

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Senza cristi, senza storia, senza ruolo e dignità

con l'aperitivo al flipper questa vita se ne va.

Io canto i gesti spenti di una sagra di impotenti: la città.

.......................................................................................

Tra una crisi d'astinenza e una crisi d'identità

un gaglioffo centravanti è il feticcio che ti va.

Per te c'è un solo Dio: il "toro" oppure il "porco" come il mio.

Da tanto gioia mia, mi manchi. Ti aspetto sempre al solito bar,

non cerco più i tuoi dolci fianchi, mi serve un diecimila, lo sai

Ho niente da fumare, le birre da pagare, e tu dove sei?

.......................................................................................

Non puoi fare più il disc-jockey in una radio alternativa

è tempo delle carte a posto e di iscriversi a un partito.

A Londra nel '60, a Parigi nel '70, e al bar sei finito.

Il Gran Bar è fatto apposta per i "destri" stravaganti.

In cremeria adesso trovi i "sinistri" più osservanti.

La Gran Madre è una gran piazza,

il Po è lì vicino per chi si ammazza

...Barbari e bar



Enzo Maolucci (Torino 1946). Seguace dell' onda rock più genuina, si laurea in Lettere con una tesi sui Beatles nel 1971. Il suo relatore è Massimo Mila, il musicologo che fu amico di Cesare Pavese, di Norberto Bobbio e di Giulio Einaudi.

Insegnante "capellone" dal 1972 al 1988 dedica alla scuola molte sarcastiche, comiche, disperate "frasi di canzoni"  accoppiando il rock anglo-americano con la cantaurolità politica e con pose forse buscaglioniane.Progettista e inventore eclettico, ideatore dal 1983 di importanti gare italiane di sopravvivenza è stato fondatore della International Survival Association ed ha diretto numerose iniziative ispirate all' idea della coraggiosa avventura e dell'approccio non comune con il mondo naturale.

Capita ancora che Maolucci canti e suoni, ma in situazioni decisamente periferiche o elitarie. Collabora con giornali, con la Regione Piemonte e con l' Università.

postato da: irazoqui alle ore 23:44 | link | commenti (3)
categorie: --arcipelaghi, enzo maolucci

da "LUSTRI E DECENNI", ibidem



La vita m' ha perso di vista

prima ancora d' accorgersi di me.



                                                                 1972

Aurelio Valesi

postato da: irazoqui alle ore 14:54 | link | commenti (5)
categorie: lustri e decenni