Aurelio Valesi

"son uno che si chiede la ragione del mondo e del suo avvelenato fiore"

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mercoledì, 28 febbraio 2007

O pioggia sui treni serali

O pioggia sui treni serali

da cieli bassissimi e assorti...

Oh libertà d'acque erbali

nel giorno dei morti !



                                            1957

postato da: irazoqui alle ore 18:42 | link | commenti (2)
categorie: dopo la fucilata

Gianni Celati

"Tutto ciò che si scrive è già polvere nel momento stesso in cui viene scritto, ed è giusto che vada a disperdersi con le altre polveri e ceneri del mondo. Scrivere è un modo di consumare il tempo, rendendogli l'omaggio che gli è dovuto: lui dà e toglie, e quello che dà è solo quello che toglie, così la sua somma è sempre lo zero, l'insostanziale. Noi chiediamo di poter celebrare questo insostanziale, il vuoto, e l'ombra, l'erba secca, le pietre dei muri che crollano e la polvere che respiriamo"

Gianni Celati, Quattro novelle sulle apparenze, Feltrinelli - 1987

postato da: MoleStine alle ore 06:21 | link | commenti (1)
categorie: --arcipelaghi, gianni celati
lunedì, 26 febbraio 2007

FORTIES

In una borghesia tanto piccina

che neppur si vedeva vissi gli anni

di subapprendistato:

abbandonato

a me stesso salii l'esosa china

che porta ai disinganni,

per discendere l'erta rovina.



                                                              1968

postato da: irazoqui alle ore 23:43 | link | commenti (3)
categorie: i nuovi secoli
domenica, 25 febbraio 2007

ANONIMO TRIESTINO

"Mai non sentivo però tanto vivo il turbamento che mi derivava dal contemplarla, come quando la vedevo muoversi e camminare. Dovevo riconoscere che si muoveva un po' goffamente e sgraziatamente. Non aveva il passo sicuro ed elastico delle altre ragazze; anzi, nel camminare, sporgeva un poco il capo in avanti e si dondolava come una bambina malgraziata, che ha la testa nelle nuvole, e non sa controllare il suo portamento nello sforzo di parere bella ed elegante. Io sentivo che quella malgrazia mi era infinitamente cara, più ancora di ogni altra cosa in lei. Spesso, quando la guardavo, ero pieno di pensieri crucciosi, di dubbio e di disperazione. Quando però la vedevo camminare con quella goffaggine bambinesca, e pur con una certa mollezza di donna, sentivo il mio cuore pieno di calma e dolceza, sentivo che il mio turbamento non era più tormentoso, ma confuso con un sentimento di umile adorazione. Forse proprio la dolce e calda maestà orientale, che c'era in Bianca, mi turbava e mi attraeva, e destava in me, adoratore della fredda perfezione, sentimenti atavici di cui io stesso non ero conscio, di cui non sapevo valutare la profondità e la potenza".



da IL SEGRETO, Anonimo Triestino, Einaudi, Torino 1961





Anonimo Triestino.  Oggi la maggior parte dei critici letterari (ma anche di persone non "letterate" e tuttavia aventi famigliarità con la vita e la cultura triestina) sostiene che l' Anonimo altri non sia che Giorgio Voghera il quale però ha sempre sostenuto di essere il protagonista e non l'autore de " Il segreto". Lo scrittore triestino ha sempre attribuito la  stesura del romanzo al proprio padre Guido, che - osservando i comportamenti del figlio e leggendo di nascosto i suoi diari personali- avrebbe costruito l'opera.

"Il segreto" parrebbe insegretarsi sempre di più -morti sia Guido che Giorgio Voghera, sia Linuccia Saba che pubblicò presso Einaudi il manoscritto consegnatole (sono le sue parole) da "un uomo affascinante, solitario, timido e appassionato, aperto, generoso e schivo". Il fatto che Linuccia lo definisse "vecchio di anni" farebbe pensare a Guido. Non solo: il "vecchio" lasciò a Linuccia il compito di pubblicare il manoscritto dopo la propria morte.

Attenzione, però: Giorgio , campione di una pervicace "geometria della rinuncia "(come scrive Claudio Magris) giovane non fu mai ma, sempre, "millenario" (termine, anche questo, adoperato da Magris in riferimento a Giorgio Voghera). Così come è vero che l'affetto tra figlio e padre era talmente profondo e basato su sottili e complessi meccanismi identificatori che non è azzardato supporre che la morte vera di Giorgio avvenne nello stesso giorno, alla stessa ora, di quella del genitore Guido.

postato da: irazoqui alle ore 22:39 | link | commenti (4)
categorie: anonimo triestino

Marco Ercolani

Il tragico quotidiano: Aurelio Valesi

 

 

Questo volume di versi, Deposito, pubblicato nel 1992, è il quarto di Aurelio Valesi. Lo precedono Annuario, pubblicato nel 1984 con prefazione di A. Guerrini, Archivio, pubblicato nel 1985 con prefazione di Pino Boero e Documenti, pubblicato nel 1987 e prefato da Francesco de Nicola. Tre libri nei quali si sottolineava l’asciutta razionalità del dettato e la trasgressione gnomica della forma.

In cosa si differenzia Deposito dai libri precedenti?

Il volume è diviso in sei parti: Nel dato, Semine del ricordo, Difformità, Invarianza del cuore, Etica, fiele, Venti e Maree, che iniziano e terminano con due sezioni, Nel dato e Venti e maree, diverse dalle prime e dalle ultime dei precedenti libri, Essendo e L’età del mare. Le sezioni interne, invece, conservano gli stessi nomi: Semine del ricordo, Difformità, Invarianza del cuore, Etica, fiele.

I testi sembrano voler fotografare la vita come un album di vecchi dagherrotipi. Il fulcro dell’esistenza è paradossalmente colto in un singolare rovesciamento del  ciclo temporale. Ogni sezione inizia con le poesie più recenti per terminare con le poesie giovanili. Un racconto di Joseph Ballard. Stati di transizione, descrive la vita di un uomo dalla fine, nella bara, all’inizio,m nell’inesistenza. L’uomo viene dissotterrato, riportato nel suo letto, respira, si ammala, ha un incidente, guarisce, ringiovanisce, soffre in modo atroce, assiste alla morte della moglie, la glie è viva, è sempre più giovane, hanno dei figli si sposano si perdono di vista tornano adolescenti vanno a vivere nella casa dei genitori diventano bambini lui si dimentica di lei balbetta perde l’uso della parola comincia vagire non esiste più, la madre esce dall’ospedale, poi entra in ospedale, i suoi genitori vanno in luna di miele. Lo stesso tema, ma svolto in modo più secco e brutale - quattro sole pagine - appassiona Rafael Dieste ne Il bambino suicida.

La sarcastica e surreale ferocia di questa storia piacerebbe a Valesi. La datazione rovesciata delle poesie di ogni sezione corrisponde forse, al di là della perversione dell’esercizio stilistico, a un desiderio di mettere sullo stesso piano presente, passato e futuro, come per mostrare che nella vita non accade nulla, e che quanto accade è solo un’occasione irrimediabilmente perduta.

La poesia di Valesi, debitrice di una certa vena gnomica che in Sbarbaro e Caproni trova la sua espressione più alta, si sottrae al sublime della disperazione con aperture ironiche su certe immagini-chiave sviluppate in forma aforistica come un cahier philosophique solo apparentemente mascherato dalla colloquialità del verso. “E all’agonia / ci si allena per tutta l’esistenza”. Le immagini sono quelle di un degradarsi del mondo e di una solitudine assoluta, alleviata solo dagli affetti e dai ricordi. ”Ma chi ha dato amore / non smarrirà se stesso sottoterra”. Valesi ci racconta che la vita dell’uomo, spogliata delle sue principali illusioni, si riduce a un’antologia di scene esemplari, di tic psichici, dove ogni facile psicologismo viene azzerato. “Destinazione tra i rifiuti urbani / con vita letteraria su altri luoghi”.

La lingua di Valesi appartiene meno alla storia della letteratura che all’antropologia del gesto artistico. Giocare sulle sfasature del tempo è, per il poeta, l’assurdo ma logico bisogno di dare senso alla propria disperazione, Chi scatta fotografie nel buio si affida a ciò che i lampi delle fotografie possono strappare al buio che illuminano.

Formalmente Valesi rispetta la metrica endecasillabica del verso, usa cadenze ritmiche monotone, predilige una forma chiusa e aforistica, a epigramma, che rimanda a certi epitaffi dell’Antologia palatina, a crete sentenze di Orazio e Marziale. E in questo ultimo libro la sua lingua vuole farsi ancora più desueta, fissarsi come reperto fossile in un foglio d’album, pertinente solo a se stessa, nata e conchiusa nel linguaggio e nel vissuto di quando è stata composta. Il paesaggio ligure, quando viene ricordato, è solo un dato ulteriore che rinforza l’asprezza del timbro poetico. La poesia di Valesi ha per tema la minima disperazione quotidiana dell’”uomo superfluo”,  il suo modo di essere - interstiziale, dimesso, purgatoriale. Ma la voce che tratta questa inesistenza è piena e autorevole e attinge a stilemi classici, consapevole di sé e della sua compiutezza formale. Talvolta trapela una rassegnata fierezza alla propria vocazione. “Ma chi legge i poeti? Altri poeti. / Ci vediamo tra noi come gli anziani / giocatori di scopa”.

Disseppellire i piccoli fleurs du mal del quotidiano è la missione beffarda e dolente del poeta. Amaro fino al sarcasmo - espresso in certe poesie dai versi brevissimi e dal ritmo da canzonetta, che conferisce toni ludici e tetri a qualcosa che non è per niente giocoso -, Valesi si concede delle “spezzature” ironiche con cui graffia la cadenza classica dei suoi endecasillabi. Pur nella reazione risentita all’evento autobiografico, il poeta non corre mai il rischio del genere sentimental-memorialistico, del mediocre crepuscolarismo. La voce di Valesi è esatta. Non sembra avere avuto né flessioni né mutamenti nel corso del tempo. Dal poeta sedicenne al poeta cinquantenne più che un’evoluzione si è sviluppata una misteriosa contiguità, come tra i tanti alter ego che convivono nella stessa persona, nella disperante confessione della propria inesistenza, confessione che in fondo è anche gaia “scienza” del dolore, pessimismo slavo da “uomo del sottosuolo” (Dostoevskij), “uomo nell’astuccio” (Cechov), “uomo superfluo” (Turgenev), dove la ratio della logica cede alla passio della sofferenza.

Cioran definisce il poeta non tanto un artefice di testi quanto colui che è capace di far vedere, attraverso la lingua, il suo gesto preciso, l’aria dove vive, la stanza in cui respira. Diventa quasi indispensabile, per comprendere meglio la poetica di Valesi, evocare, come in un racconto fantastico, il milieu di un racconto russo del primo novecento, ricreare una scena dove qualche invecchiato proprietario terriero si diletta a scrivere versi tragici alla Tjutcev, in qualche giardino di ciliegi ormai abbattuti, tormentato dalle irritanti visite di attori mediocri o funzionari in pensione, nelle orecchie il loro cicaleccio sgradevole e superfluo; ma, nonostante tutto, lui continua a scrivere, vuole essere Turgenev e non Trigorin; sua figlia versa lacrime isteriche; sua sorella grida “A Mosca!”; uno zio si spara un colpo alla testa, disgustato dalla vanità della vita. Ma lui scrive ostinato i suoi versi. Si sente il quinto cavallo attaccato alla stanga del carro, dimenticato, inutile, prostrato dalla fatica; scrivendo ricorda la splendida giovinezza e le dolci conversazioni di un tempo, commenta con epitaffi amari e sentenze intrise di una collera sorda l’ennesima occasione perduta, la gioia intravista  e non goduta - come Oblomov, come Jonic, come Vanja - riassaporando la vita con ossessiva malinconia, rinnovando ogni volta, tra masochismo e saggezza, il senso di colpa di essere nato.

Anche Mignanego, il luogo dove Valesi vive da sempre, può assomigliare, per forza di parole, al distretto di Orenburg nelle Cronache di famiglia di Aksakov, come le sue riflessioni evocare le Foglie cadute di Vasilij Rozanov. Ma la lingua del poeta, debitrice del lessico di Sbarbaro, della poetica di Trucioli e Pianissimo, resta italiana, pour rimanendo una lingua opaca, antiquata, che attraverso l’esibita noncuranza e la pseudosempliciità stilistica, svela il gesto nudo di vivere la vita non vivendo, la fermezza di resistere alle soglie della fine, con rancorosa gaiezza ed evidente malinconia.

Il timbro sordo da confessione intima e speculazione filosofica della poesia di Valesi, il lavoro di riduzione della propria storia personale a modello esemplare di uomo marginale alla vita, di “uomo malvissuto”, è una scommessa da cui trapela l’orgoglio smisurato di testimoniare la disperazione assoluta della condizione umana.

Valesi è un razionalista deluso, un idealista tradito, uno storico a cui mancano le certezze della storia. Come ogni poeta, registra lo scacco della sua vita; e lo fa con parole tanto asciutte e determinate quanto lontane da una sostanza lirica, immaginativa, metaforica. Non dimentichiamo che i titoli delle sue opere, da Annuario ad Archivio, da Documenti a Deposito, ci rimandano a scaffali polverosi e magazzini dimenticati, dove si annida la vita di un uomo aggrappato al dorso del suo ultimo libro, al ricordo della sua ultima gioia.

Valesi ci appare più come il contabile di una catastrofe già avvenuta che come l’inventore di una nuova fisica delle parole. Appartiene alla famiglia dei cronachisti dell’angoscia, come Sbarbaro e come Rozanov. A chi chiedesse a questi scrittori, accaniti a trascrivere referti su referti di una vita invivibile, se vogliono mutare o mutarsi, inventando una nuova prospettiva da cui guardare il mondo, risponderebbero, con l’impassibilità di Bartleby nel racconto di Melville: “Preferisco di no”.

Qui vorrei concludere, ma la conclusione è qualcosa di definitivo che mi piacerebbe rimandare. L’amicizia con Aurelio e la mia prossimità alla sua grave malattia personale mi inducono a pensare ciò che la sua poesia ritiene impossibile: l’invenzione di un futuro, sia umano che stilistico, da cui illuminare la poesia precedente, così funerea, letteralmente e letterariamente disperata. In questo momento della sua vita Valesi non potrebbe firmare questi versi: ”E tanta luce / prendevamo prima di questo buio”, versi che sembrano pronunciati dalla voce di un morto, versi oggi impossibili da scrivere, per lo stesso poeta, dopo il sollievo della guarigione. È il sogno di un amico o la fantasia di un critico occasionale? La poesia futura di Aurelio risponderà – oppure no – a questa domanda.

Marco Ercolani, prefazione a Deposito di Aurelio Valesi, Savona, Sabatelli, 1992.


postato da: MoleStine alle ore 19:49 | link | commenti
categorie: marco ercolani, --prossimità

THOMAS MANN

da TONIO KROGER, Rizzoli, Milano 1977



"Tonio Kroger era nel Nord e di lì scrisse, come aveva promesso, a Lisaweta Iwanowna, la sua amica.

Cara Lisaweta, laggiù in Arcadia dove presto tornerò, scrisse. EccoLe dunque qualcosa di simile a una lettera che certo La deluderà, perchè penso di tenermi un po' sulle generali. Non che non abbia niente da raccontare, che non abbia avuto, a mio modo, questa o quella esperienza di vita. A casa mia, nella mia città natale, volevano addirittura arrestarmi...ma di questo Le dirò a voce! Ora a volte ho dei giorni in cui preferisco dire alla buona qualcosa di generale piuttosto che raccontare storie.

Si ricorda ancora, Lisaweta, d'avermi un giornodefinito un borghese, un borghese smarrito? Lei mi definì così in un'ora in cui, indotto da altre confessioni che mi ero lasciato sfuggire prima, Le confessavo il mio amore per ciò che io chiamo la vita; e mi domando se Lei si rendesse conto di quanto aveva colto nel segno, di quanto il mio essere borghese e il mio amore per la "vita" siano un'unica stessa cosa. Questo viaggio mi ha fornito l'occasione di approfondire l'argomento...

Mio padre, come Lei sa, era un temperamento nordico: contemplativo, profondo, corretto per puritanesimo e incline alla malinconia; mia madre, d'indefinito sangue esotico, bella, sensuale, ingenua, al tempo stesso passionale e indolente e di impulsiva leggerezza. Una mescolanza che, senza dubbio, racchiudeva in sè possibilità straordinarie -e straordinari pericoli. Il risultato fu questo: un borghese smarritosi nell'arte, un bohèmien con nostalgia per le buone maniere, un artista con la coscienza sporca. Poichè è la mia coscienza borghese che mi fa vedere in tutto ciò che è arte, eccezione, genio, qualcosa di profondamente ambiguo, profondamente equivoco, profondamente sospetto e che mi ispira questa simpatia cos' pervasa d'amore per tutto ciò che è semplice, sincero e gradevolmente normale, per tutto ciò che non è geniale, ma decoroso e corretto.

Io sto tra due mondi, di cui nessuno è il mio, e per questo la vita mi è un po' dificile. Voi artisti mi definite un borghese, e i borghesi sono tentati di arrestarmi...non so, delle due cose, quale mi ferisca più amaramente. I borghesi sono stupidi; ma voi, adoratori della bellezza, voi che mi chiamata flemmatico e incapace di desiderio, dovreste riflettere che c'è un modo di essere artisti, che è così profondo, per sua origine e per suo destino, che nessun desiderio gli sembra più dolce e più degno di essere sentito di quello che porta alle gioie della normalità.

Io ammiro quelli che, impassibili e fieri, vivono di avventure sui sentieri della grande demoniaca bellezza e che disprezzano l' "uomo", - ma non li invidio. Poichè, se c'è qualcosa che è in grado di fare di un letterato un poeta, questo è il mio amore borghese per tutto ciò che è umano, vivo, ordinario. Da esso deriva ogni calore, ogni bontà e ogni sorridente affetto, e io credo quasi che sia quello stesso amore di cui è stato scritto che se anche uno parlasse con tutte le voci degli uomini e degli angeli, ma ne fosse privo, altro non sarebbe che un vibrar di metallo e un tintinnar di sonagli.



Ciò che ho fatto è nulla, non molto, praticamente niente. Farò di meglio, Lisaweta, -è una promessa. Mentre scrivo sento il fremito del mare, che arriva fino a me, e chiudo gli occhi. Guardo in un mondo non ancora nato e appena abbozzato, che chiede di ricevere ordine e forma, vedo agitarsi ombre di figure umane che mi fanno segno di liberarle dall'incantesimo e di salvarle: figure tragiche e figure ridicole, e figure che sono l'una e l'altra cosa insieme, -e per questo provo un particolare amore. Ma il mio amore più profondo e più nascosto va ai biondi, a quelli dagli occhi azzurri, ai luminosamente vivi, ai felici, agli amabili e ordinari.

Non biasimi questo amore, Lisaweta; è buono ed è fecondo. C'è nostalgia, dentro, e malinconica invidia, appena un po' di disprezzo e una grande, casta felicità".



Thomas Mann (Lubecca 1875- Zurigo 1955) è uno dei massimi scrittori degli ultimi due secoli.

postato da: irazoqui alle ore 16:23 | link | commenti (1)
categorie: thomas mann
sabato, 24 febbraio 2007

BOHEME

Non è la debolezza che mi manca

dissi in tono di sfida all'esistenza.



                                                                 1967

postato da: irazoqui alle ore 23:09 | link | commenti
categorie: verso il millennio

PIERO CHIARA

da  CON LA FACCIA PER TERRA,  Vallecchi, Firenze 1965



"Si rimase seduti fino a tardi a fare l'inventario dei parenti e a rievocare le mie imprese di trent'anni prima a Roccalimata.

Biagio ricordò uno sgarbo che all'età di dieci anni avevo fatto al barone di Mamiano. Il barone, che aveva sposato una nostra cugina, aveva una sessantina d'anni e viveva del reddito delle sue terre. Ogni tanto passava sulla sua asinella davanti alla casa di mia zia Concetta. Si fermava di fronte all'ingresso senza scendere e aspettava che i parenti della moglie uscissero a baciargli la mano. Poi riprendeva la sua passeggiata.

Una volta, vedendo che io stavo seduto sulla soglia a guardarlo e che non mi alzavo per rendergli omaggio, mi chiese:

"A chi sei figlio tu?"

Gli risposero i miei parenti cercando di giustificarmi; ma il barone, sentendo il nome di mio padre, disse: "Anche lui sempre villano fu".

Mi alzai allora, gli andai a prendere la mano e vi deposi uno sputo".



Piero Chiara (Luino 1913- Varese 1986). Figlio di un ferroviere siciliano salito "al nord" , compì studi irregolari. Fu assunto, dopo aver intrapreso molti mestieri, come cancelliere presso il Tribunale ma il Partito Nazionale Fascista lo espulse. Chiara emigrò, dunque, in Svizzera. Tornato in Italia finita la guerra militò nel Partito Liberale . Scrittore di successo con il gusto del grottesco e del bozzetto svolse anche attività di traduttore e giornalista.

postato da: irazoqui alle ore 23:06 | link | commenti
categorie: piero chiara, -- a latere

LAURA PARIANI

" Il male è che nella vita dei pitòcchi, pensava la sera la Moretta, mentre si spogliava, nella vita della povera gente le cose non si possono fare ragionando. Una cosa la va bene, mi conviene e la faccio, un'altra cosa non ci ho convenienza e perciò non la faccio: così dovrebbe essere, questa sarebbe la libertà. Invece, sempre a testa sbassata, vivere per necessità di vivere, come intendeva la mamma Teresina, e non vivere per godere di vivere; non dico mica una vita da sciùri, quella non fa per la povera gente, che noi pitòcchi non siam buoni di viverla, dato che siam nati con la cannetta della schiena rotta, tanto che a causa di questo per i poveri è più difficile star dritti che star piegati. Il guaio è che i ricchi se ne profittano e ti montano a cavallo.


Ma al Luìs non disse niente dei suoi pensieri, perchè era tardi e l'indomani bisognava alzarsi al buio, chè dal paese a Busto, le zoccole in mano per non consumarle, ci voleva tanto camminare. Si infilò la camicia e si rannicchiò vicino al marito, che ronfava di già"


da Laura Pariani, DI CORNO E D' ORO, Sellerio editore, Palermo 1993.


 


Laura Pariani (1951) vive a Turbigo (Milano) e insegna nelle scuole superiori.


postato da: irazoqui alle ore 14:49 | link | commenti
categorie: laura pariani, -- a latere

Biancamaria Frabotta

Miopia

Mi presti i tuoi occhi per guardarti ?

A chi negheresti una lente nitida sul mondo ?

Sui denti scoperti l’urto dell’acqua lustrale

il rimbalzo fra i rami di un volubile raggio

sotto la gronda una rissa di colombe native.

Chiunque vorrebbe i tuoi occhi per guardarsi.

 

Biancamaria Frabotta è nata a Roma nel 1946.Vive a Roma,dove insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università "La Sapienza".Negli anni Settanta ha partecipato al movimento femminista con ampia attività pubblicistica


postato da: MoleStine alle ore 08:10 | link | commenti
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