"son uno che si chiede la ragione del mondo e del suo avvelenato fiore"
In cosa si differenzia Deposito dai libri precedenti?
Il volume è diviso in sei parti: Nel dato, Semine del ricordo, Difformità, Invarianza del cuore, Etica, fiele, Venti e Maree, che iniziano e terminano con due sezioni, Nel dato e Venti e maree, diverse dalle prime e dalle ultime dei precedenti libri, Essendo e L’età del mare. Le sezioni interne, invece, conservano gli stessi nomi: Semine del ricordo, Difformità, Invarianza del cuore, Etica, fiele.
I testi sembrano voler fotografare la vita come un album di vecchi dagherrotipi. Il fulcro dell’esistenza è paradossalmente colto in un singolare rovesciamento del ciclo temporale. Ogni sezione inizia con le poesie più recenti per terminare con le poesie giovanili. Un racconto di Joseph Ballard. Stati di transizione, descrive la vita di un uomo dalla fine, nella bara, all’inizio,m nell’inesistenza. L’uomo viene dissotterrato, riportato nel suo letto, respira, si ammala, ha un incidente, guarisce, ringiovanisce, soffre in modo atroce, assiste alla morte della moglie, la glie è viva, è sempre più giovane, hanno dei figli si sposano si perdono di vista tornano adolescenti vanno a vivere nella casa dei genitori diventano bambini lui si dimentica di lei balbetta perde l’uso della parola comincia vagire non esiste più, la madre esce dall’ospedale, poi entra in ospedale, i suoi genitori vanno in luna di miele. Lo stesso tema, ma svolto in modo più secco e brutale - quattro sole pagine - appassiona Rafael Dieste ne Il bambino suicida.
La sarcastica e surreale ferocia di questa storia piacerebbe a Valesi. La datazione rovesciata delle poesie di ogni sezione corrisponde forse, al di là della perversione dell’esercizio stilistico, a un desiderio di mettere sullo stesso piano presente, passato e futuro, come per mostrare che nella vita non accade nulla, e che quanto accade è solo un’occasione irrimediabilmente perduta.
La poesia di Valesi, debitrice di una certa vena gnomica che in Sbarbaro e Caproni trova la sua espressione più alta, si sottrae al sublime della disperazione con aperture ironiche su certe immagini-chiave sviluppate in forma aforistica come un cahier philosophique solo apparentemente mascherato dalla colloquialità del verso. “E all’agonia / ci si allena per tutta l’esistenza”. Le immagini sono quelle di un degradarsi del mondo e di una solitudine assoluta, alleviata solo dagli affetti e dai ricordi. ”Ma chi ha dato amore / non smarrirà se stesso sottoterra”. Valesi ci racconta che la vita dell’uomo, spogliata delle sue principali illusioni, si riduce a un’antologia di scene esemplari, di tic psichici, dove ogni facile psicologismo viene azzerato. “Destinazione tra i rifiuti urbani / con vita letteraria su altri luoghi”.
La lingua di Valesi appartiene meno alla storia della letteratura che all’antropologia del gesto artistico. Giocare sulle sfasature del tempo è, per il poeta, l’assurdo ma logico bisogno di dare senso alla propria disperazione, Chi scatta fotografie nel buio si affida a ciò che i lampi delle fotografie possono strappare al buio che illuminano.
Formalmente Valesi rispetta la metrica endecasillabica del verso, usa cadenze ritmiche monotone, predilige una forma chiusa e aforistica, a epigramma, che rimanda a certi epitaffi dell’Antologia palatina, a crete sentenze di Orazio e Marziale. E in questo ultimo libro la sua lingua vuole farsi ancora più desueta, fissarsi come reperto fossile in un foglio d’album, pertinente solo a se stessa, nata e conchiusa nel linguaggio e nel vissuto di quando è stata composta. Il paesaggio ligure, quando viene ricordato, è solo un dato ulteriore che rinforza l’asprezza del timbro poetico. La poesia di Valesi ha per tema la minima disperazione quotidiana dell’”uomo superfluo”, il suo modo di essere - interstiziale, dimesso, purgatoriale. Ma la voce che tratta questa inesistenza è piena e autorevole e attinge a stilemi classici, consapevole di sé e della sua compiutezza formale. Talvolta trapela una rassegnata fierezza alla propria vocazione. “Ma chi legge i poeti? Altri poeti. / Ci vediamo tra noi come gli anziani / giocatori di scopa”.
Disseppellire i piccoli fleurs du mal del quotidiano è la missione beffarda e dolente del poeta. Amaro fino al sarcasmo - espresso in certe poesie dai versi brevissimi e dal ritmo da canzonetta, che conferisce toni ludici e tetri a qualcosa che non è per niente giocoso -, Valesi si concede delle “spezzature” ironiche con cui graffia la cadenza classica dei suoi endecasillabi. Pur nella reazione risentita all’evento autobiografico, il poeta non corre mai il rischio del genere sentimental-memorialistico, del mediocre crepuscolarismo. La voce di Valesi è esatta. Non sembra avere avuto né flessioni né mutamenti nel corso del tempo. Dal poeta sedicenne al poeta cinquantenne più che un’evoluzione si è sviluppata una misteriosa contiguità, come tra i tanti alter ego che convivono nella stessa persona, nella disperante confessione della propria inesistenza, confessione che in fondo è anche gaia “scienza” del dolore, pessimismo slavo da “uomo del sottosuolo” (Dostoevskij), “uomo nell’astuccio” (Cechov), “uomo superfluo” (Turgenev), dove la ratio della logica cede alla passio della sofferenza.
Cioran definisce il poeta non tanto un artefice di testi quanto colui che è capace di far vedere, attraverso la lingua, il suo gesto preciso, l’aria dove vive, la stanza in cui respira. Diventa quasi indispensabile, per comprendere meglio la poetica di Valesi, evocare, come in un racconto fantastico, il milieu di un racconto russo del primo novecento, ricreare una scena dove qualche invecchiato proprietario terriero si diletta a scrivere versi tragici alla Tjutcev, in qualche giardino di ciliegi ormai abbattuti, tormentato dalle irritanti visite di attori mediocri o funzionari in pensione, nelle orecchie il loro cicaleccio sgradevole e superfluo; ma, nonostante tutto, lui continua a scrivere, vuole essere Turgenev e non Trigorin; sua figlia versa lacrime isteriche; sua sorella grida “A Mosca!”; uno zio si spara un colpo alla testa, disgustato dalla vanità della vita. Ma lui scrive ostinato i suoi versi. Si sente il quinto cavallo attaccato alla stanga del carro, dimenticato, inutile, prostrato dalla fatica; scrivendo ricorda la splendida giovinezza e le dolci conversazioni di un tempo, commenta con epitaffi amari e sentenze intrise di una collera sorda l’ennesima occasione perduta, la gioia intravista e non goduta - come Oblomov, come Jonic, come Vanja - riassaporando la vita con ossessiva malinconia, rinnovando ogni volta, tra masochismo e saggezza, il senso di colpa di essere nato.
Anche Mignanego, il luogo dove Valesi vive da sempre, può assomigliare, per forza di parole, al distretto di Orenburg nelle Cronache di famiglia di Aksakov, come le sue riflessioni evocare le Foglie cadute di Vasilij Rozanov. Ma la lingua del poeta, debitrice del lessico di Sbarbaro, della poetica di Trucioli e Pianissimo, resta italiana, pour rimanendo una lingua opaca, antiquata, che attraverso l’esibita noncuranza e la pseudosempliciità stilistica, svela il gesto nudo di vivere la vita non vivendo, la fermezza di resistere alle soglie della fine, con rancorosa gaiezza ed evidente malinconia.
Il timbro sordo da confessione intima e speculazione filosofica della poesia di Valesi, il lavoro di riduzione della propria storia personale a modello esemplare di uomo marginale alla vita, di “uomo malvissuto”, è una scommessa da cui trapela l’orgoglio smisurato di testimoniare la disperazione assoluta della condizione umana.
Valesi è un razionalista deluso, un idealista tradito, uno storico a cui mancano le certezze della storia. Come ogni poeta, registra lo scacco della sua vita; e lo fa con parole tanto asciutte e determinate quanto lontane da una sostanza lirica, immaginativa, metaforica. Non dimentichiamo che i titoli delle sue opere, da Annuario ad Archivio, da Documenti a Deposito, ci rimandano a scaffali polverosi e magazzini dimenticati, dove si annida la vita di un uomo aggrappato al dorso del suo ultimo libro, al ricordo della sua ultima gioia.
Valesi ci appare più come il contabile di una catastrofe già avvenuta che come l’inventore di una nuova fisica delle parole. Appartiene alla famiglia dei cronachisti dell’angoscia, come Sbarbaro e come Rozanov. A chi chiedesse a questi scrittori, accaniti a trascrivere referti su referti di una vita invivibile, se vogliono mutare o mutarsi, inventando una nuova prospettiva da cui guardare il mondo, risponderebbero, con l’impassibilità di Bartleby nel racconto di Melville: “Preferisco di no”.
Qui vorrei concludere, ma la conclusione è qualcosa di definitivo che mi piacerebbe rimandare. L’amicizia con Aurelio e la mia prossimità alla sua grave malattia personale mi inducono a pensare ciò che la sua poesia ritiene impossibile: l’invenzione di un futuro, sia umano che stilistico, da cui illuminare la poesia precedente, così funerea, letteralmente e letterariamente disperata. In questo momento della sua vita Valesi non potrebbe firmare questi versi: ”E tanta luce / prendevamo prima di questo buio”, versi che sembrano pronunciati dalla voce di un morto, versi oggi impossibili da scrivere, per lo stesso poeta, dopo il sollievo della guarigione. È il sogno di un amico o la fantasia di un critico occasionale? La poesia futura di Aurelio risponderà – oppure no – a questa domanda.
Marco Ercolani, prefazione a Deposito di Aurelio Valesi, Savona, Sabatelli, 1992.
" Il male è che nella vita dei pitòcchi, pensava la sera la Moretta, mentre si spogliava, nella vita della povera gente le cose non si possono fare ragionando. Una cosa la va bene, mi conviene e la faccio, un'altra cosa non ci ho convenienza e perciò non la faccio: così dovrebbe essere, questa sarebbe la libertà. Invece, sempre a testa sbassata, vivere per necessità di vivere, come intendeva la mamma Teresina, e non vivere per godere di vivere; non dico mica una vita da sciùri, quella non fa per la povera gente, che noi pitòcchi non siam buoni di viverla, dato che siam nati con la cannetta della schiena rotta, tanto che a causa di questo per i poveri è più difficile star dritti che star piegati. Il guaio è che i ricchi se ne profittano e ti montano a cavallo.
Ma al Luìs non disse niente dei suoi pensieri, perchè era tardi e l'indomani bisognava alzarsi al buio, chè dal paese a Busto, le zoccole in mano per non consumarle, ci voleva tanto camminare. Si infilò la camicia e si rannicchiò vicino al marito, che ronfava di già"
da Laura Pariani, DI CORNO E D' ORO, Sellerio editore, Palermo 1993.
Laura Pariani (1951) vive a Turbigo (Milano) e insegna nelle scuole superiori.
Miopia
Mi presti i tuoi occhi per guardarti ?
A chi negheresti una lente nitida sul mondo ?
Sui denti scoperti l’urto dell’acqua lustrale
il rimbalzo fra i rami di un volubile raggio
sotto la gronda una rissa di colombe native.
Chiunque vorrebbe i tuoi occhi per guardarsi.
Biancamaria Frabotta è nata a Roma nel 1946.Vive a Roma,dove insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università "La Sapienza".Negli anni Settanta ha partecipato al movimento femminista con ampia attività pubblicistica